Un lungo silenzio sul blog. I diari della navigazione in Sicilia sono stati interrotti da un viaggio di lavoro in Angola. Non ho ancora il tempo di scrivere nulla neanche su questo viaggio.
Attraverso il link seguente o cliccando sul titolo del post si accede a una serie di fotografie: http://picasaweb.google.com/patupatusailing/Angola#
Sono foto fatte con un cellulare e spesso dalla macchina in cammino, nel traffico urbano, sulle strade extraurbane o sulle piste. La qualità quindi non è perfetta, ma danno qualche idea su un paese in rapido mutamento.
giovedì 12 novembre 2009
mercoledì 30 settembre 2009
600 miglia (due: Panarea, Salina, Lipari)

Da Stromboli a Panarea sono solo poche miglia. Peccato che si facciano anche queste in gran parte a motore, in mezzo a un traffico di motoscafi, aliscafi e barconi che portano i turisti da un’isola all’altra. In ogni caso, la distanza ci spinge a fermarci per un po’ vicino a uno dei gruppi di scogli a NE di Panarea: Lisca bianca. Ancoriamo su 13 metri di fondo, in una piccola rada a sud dello scoglio, abbastanza lontani dalla folla che è a fare il bagno sulla costa Nord Ovest vicino al faraglione.
Non è un bagno molto lungo. C’è risacca e l’ancoraggio è scomodo. In compenso è salita un po’ di brezza, così continuiamo a vela fino a Cala Milazzese. Come era immaginabile è affollatissima. Siamo costretti ad ammainare le vele e ad accendere il motore, ma passando tra le altre barche riusciamo comunque a trovare un posticino su un fondo di sabbia e 3 metri di profondità. La maggior parte delle barche nella rada sono più grandi della nostra. Ancora una volta l’essere piccoli si dimostra un vantaggio.
Montiamo il tendalino e trascorriamo il pomeriggio inframezzando le letture (io un libro portoghese che racconta di Sao Tomé e Prince; Simonetta, una serie di racconti su brutti episodi nella cultura Pop; i bambini i loro libri e qualche giornalino di enigmistica) a con qualche tuffo. E’ piuttosto tardi quando le barche a motore iniziano ad andarsene, non senza disturbare almeno un’ultima volta riscaldando i motori per una mezz’ora o lasciando l’ormeggio a velocità sostenuta: probabilmente molti non si accorgono del fatto che producono onde. Oppure è diventata una pratica comune quella di non prestare la minima attenzione al disturbo che si può produrre.
Non scendiamo a terra neanche la sera. Ormai sono rimaste soltanto poche barche a vela e si sta benissimo e nel silenzio.
La mattina ci svegliamo presto. Ancora non ci sono motoscafi. Montiamo il fuoribordo sul gommoncino e andiamo a fare un giro: basta girare attorno a uno scoglio per arrivare in una delle cale più fotografate delle Eolie: Cala Junco. E’ talmente bella che il motorino viene spento e continuiamo a remi. L’ormeggio nella cala è proibito, se non in caso di evacuazione dell’isola. Nonostante questo, un grosso motoscafo è ancorato a qualche metro dalla spiaggia. Non ce ne curiamo e continuiamo il nostro giro, entrando nelle piccole grotte che si aprono nelle pareti di roccia e nuotando dietro gli scogli che chiudono delle vere e proprie piscine.
E’ quasi pomeriggio quando torniamo in barca e issiamo l’ancora e apriamo le vele.
La nostra prossima meta è Salina: ormai da qualche giorno siamo in rada, l’acqua per lavarsi inizia ad esser poca e così anche il cibo fresco. A Salina forse si potrebbe pensare di trovare un ormeggio in transito. Quando arriviamo ci accorgiamo che non è così: le banchine appaiono quasi tutte vuote, ma appena accenniamo ad avvicinarci ci gridano – non proprio in modo cortese - che sono tutte occupate. Cerchiamo un ancoraggio fuori del porto, ma invano: tutte le aree con un fondale ragionevolmente profondo sono occupate e non ci va di ormeggiare troppo vicini ad altre barche.
Riprendiamo il largo e a vela ci dirigiamo verso Lipari, che è solo a poche miglia.
La travesata è tranquilla: sembra ci siano poche barche.
Anche stavolta non è così. Semplicemente le barche sono tutte sulla costa orientale e da Ovest non si vedono. Quando passiamo il capo ce ne accorgiamo. E’ evidente che anche qui non sarà facile trovare un ormeggio. Ci proviamo comunque, ma sia il porto, sia tutti i pontili galleggianti sono occupati. Di fronte ai due distributori di carburante che sono sulla costa la folla è ancora maggiore. Un po’ scuri in volto, rinunciamo. Proprio mentre stiamo allontanandoci da uno dei pontili un ragazzino ci grida che forse qualche posto si può trovare vicino Marina Corta, dall’altra parte del monastero.
Proviamo. Intanto teniamo d’occhio lo scandaglio: i fondali restano sempre sopra i 10 metri, molto spesso sopra i 20. Troppi per le nostre schiene. Marina corta è composta da una specie di T, nello spazio a Nord – praticamente nel centro della città – sono ormeggiati pescherecci, in quello a Sud c’è qualche barca da diporto: ma sembrano di quelle stanziali o di quelle utilizzate per portare i turisti. Ci avviciniamo comunque alla ricerca di qualcuno che sia in grado di darci indicazioni. Apparentemente non c’è nessuno. Ma proprio mentre stiamo per allontanarci nuovamente un ragazzino ci insegue sul molo. Avrà meno di dieci anni, ma comunque riesce a farsi vedere e a chiamarci: c’è un posto per noi, ma dall’altra parte. Lentamente, con prudenza entriamo: non sappiamo quanto sia profondo, le barche ormeggiate sono per lo più gozzi e tutto è pieno di cime. I ragazzini sul molo ci dicono che possiamo stare lì. Costa solo 45 euro. Però, dobbiamo dare fondo alla nostra ancora nel centro del porto per poi arretrare fino alla banchina, tra un gommone e un gozzo.
Una volta ormeggiato i ragazzini ci dicono che non è proprio regolare restare lì, ma si può perché c’è posto. Certo se arriva la Guardia costiera si deve andar via. Intanto, loro continuano ad offrire posti alle barche che si avvicinano: un paio di ragazzini fanno da vedetta e una percentuale sulla “mancia” spetta a chi ha avvistato e chiamato la barca che accetta di ormeggiare.
In pochi minuti, i 45 euro della richiesta iniziale sono diventati 50, visto che non hanno da cambiare. Ma siamo ancora fortunati. Ai gommoni e ai motoscafi a fianco a noi ne chiedono altrettanti per rimanere un paio d’ore. Pagare i bambini invece di un ormeggiatore con il pontone galleggiante non mi dispiace, tanto più che siamo praticamente al centro del paese, affacciati su una piazza con due chiese medioevali e sotto il convento in cui è ospitato il Museo. Peccato, che dopo un po’ vediamo arrivare un ragazzo più grande, in motorino, che ritira dai bambini i soldi che hanno ottenuto da chi si è fermato.
A terra ci aspettano le granite del bar sul porto, poi la spesa (il supermercato che è sulla via principale consegna i prodotti in barca), poi una cena in un piccolo ristorante chiamato la Cambusa. E’ tutto molto buono: tonno, involtini di melanzane, pesce alla griglia, involtini alla messinese, persino il vino della casa. Ciò che è rimasto veramente impresso nelle nostre memorie però sono i cannoli, riempiti sul momento.
Un ormeggio tanto centrale non consente una grande privacy e non consente neanche di sottrarsi alla musica dei bar, che continua fino a notte fonda. La musica notturna non disturba però così tanto da non consentirci di visitare, quasi appena svegli, il museo. Sapevamo che era bello, ce ne avevano parlato in tanti. Ma si rivela comunque una sorpresa. Iniziamo visitando la chiesa, che ha all’interno un chiostro dell’XI secolo, poi continuiamo nelle sale, correndo - perché purtroppo sappiamo che dobbiamo al più presto tornare in barca e salpare – tra i resti di necropoli paleolitiche e neolitiche, vasi greci, statuette romane, maschere ellenistiche e gioielli e ceramiche medio-evali: la storia del bacino Mediterraneo è lì racchiusa tra le mura di un monastero.
mercoledì 9 settembre 2009
600 miglia (uno: da Sapri a Stromboli)

Se dopo molto tempo torno a scrivere è per raccontare un po’ la navigazione di PatuPatu durante lo scorso agosto: più di 600 miglia, da Fiumicino a Sapri con un equipaggio e, poi, da Sapri a Cefalù e di nuovo a Fiumicino.
La navigazione di PatuPatu è iniziata alla fine di luglio, con il primo equipaggio formato da Sofia e Viola (le gemelle), Stefania e Franco. La loro è stata una navigazione tranquilla, con molte pause, molti bagni, la scoperta di qualche angolo di perfezione e di tranquillità in una costa normalmente molto affollata e persino l'incontro con un gruppo di delfini. Dopo una prima sosta ad Anzio, si sono fermati a Ponza e Ventotene, quindi hanno cercato invano di sostare Capri (ma il gran traffico li ha spinti alla fuga), hanno trovato una buona accoglienza nel porto di Amalfi e hanno continuano poi per Palinuro, per arrivare infine a Sapri.
Dal 4 agosto l’equipaggio è cambiato. A bordo sono arrivati Cristina (9 anni), Paolo (13), Simonetta e io che sto scrivendo. Dopo una cena a base di pesce e una notte tranquilla nel golfo di Sapri, PatuPatu si è diretta a Sud, costeggiando il sud della Campania e la costa calabra - di fronte alle spiagge e agli abusi edilizi di Maratea, Scalea, Praia a Mare e Diamante – per un po’ più di 35 miglia, fino al porto di Cetraro.
La giornata inizia quasi senza vento, costringendoci a navigare al motore, poi si alza un po’ di brezza, così nel pomeriggio possiamo finalmente ritrovare un po’ di silenzio e arrivare fino a Cetraro, con le sole vele. Ad accoglierci troviamo le banchine galleggianti della Lega Navale, poste proprio di fronte all’ingresso del porto, che è stato appena rinnovato.
C’è l’acqua e l’elettricità e (se lo si chiede) si può anche utilizzare un bagno, che però è lontano dalle banchine. La prima notte di ormeggio è gratuita, per la seconda paghiamo 45 Euro. In ogni caso si sta abbastanza comodi. Decidiamo quindi di restare un paio di notti, così da non forzare tutto l’equipaggio alla navigazione relativamente lunga che ci porterà a Stromboli.
La mattina quasi tutti vanno via, dopo aver approfittato della notte gratuita. Visto che noi invece rimaniamo, approfittiamo dello spazio deserto per sistemare il tender che con Franco sembra aver dato segni di non restare gonfio: tolgo completamente le 3 valvole e poi le rimonto, creando all’interno delle guarnizioni di silicone. Funziona. Nonostante i suoi ormai 21 anni di attività, per i successivi 25 giorni non abbiamo mai avuto nessuna necessità di rigonfiare il battellino. Il resto del tempo lo passiamo sulla spiaggia di sassolini, che degrada rapidamente a pochi metri da terra, e a completare la cambusa.
Fare cambusa inizia a dimostrarsi come un’attività particolarmente faticosa. Anche a Cetraro, come a Sapri e come quasi in tutti gli altri luoghi in cui ci siamo fermati, il porto è lontano dal paese e la navetta che dovrebbe collegarli è poco frequente e poco regolare nei suoi orari. La prima sera acconsentiamo a farci accompagnare dal gestore di un ristorante presso il porto fino a un supermercato: ci porta in un supermercato lontano, piccolo e abbastanza caro e non si accontenta dei 20 euro che gli diamo come mancia. Il giorno dopo decidiamo di fare da soli: a 20 minuti di cammino troviamo un grande centro commerciale, con prezzi bassi e un'ampia scelta.
La sera andiamo a dormire presto. La sveglia è stata messa intorno alle 5, così da avere tutto il tempo per attraversare il passaggio di 55 miglia che ci separa da Stromboli con tranquillità e avere la possibilità di trovare un buon ormeggio sull’isola, per noi sconosciuta, della quale tutti parlano come un luogo particolarmente difficile.
Anche stavolta il vento non ci accompagna per tutta la mattina, soltanto verso mezzogiorno si alza la brezza che ci consente di arrivare a vela a Stromboli. La navigazione è piacevole ed è resa più interessante dalla sagoma del cono vulcanico che diventa sempre più visibile e più grande. Non incontriamo nessun’altra barca, così come è avvenuto anche il giorno precedente.
A Stromboli non è difficile capire dove si può ormeggiare. Le altre barche in rada indicano i luoghi e l’ecoscandaglio mostra dove finalmente PatuPatu, che non dispone di chilometri di catena e che non ha neanche il verricello dell’ancora, può dar fondo all’ancora. Siamo fortunati, PatuPatu è piccola e questo ci consente di trovare facilmente un buon posto non lontano dalla spiaggia, su meno di 5 metri d’acqua. Pochi metri più lontani da terra e la profondità sarebbe aumentata rapidamente a 15, a 25 o addirittura a 50 metri.
Attorno a noi le barche sono ormeggiate alla ruota, soltanto qualcuno – un po’ più in là e con barche più grandi – ha steso un cavo fino a terra. Anche noi siamo un po’ tentati dal cavo, ma il fatto che l’ancora non si muova neanche tirando con il massimo dei giri del motore in retromarcia, e il fatto che non si sia neanche un po’ di vento (e sia anche prevista una situazione di bonaccia) ci dissuadono dal farlo. Alcuni vicini di ancoraggio, ci raccontano - poi - che in molti casi la Guardia Costiera ha multato chi – seguendo le indicazioni dei portolani – si è ancorato con le cime a terra.
La sabbia sulla spiaggia e nera e calda. E nera è anche quella del fondo. Ci sono alcuni massi, anche loro neri, e non ci sono pesci se non qualche sogliola (che pare anche lei nera) e qualche pesciolino (ovviamente nero). E’ uno strano ambiente per chi arrivi dal Tirreno centrale.
Nel pomeriggio, però, ormai completate le operazioni di ormeggio, lo sguardo di Simonetta all'orizzonte scorge delle strane ondine: è un branco di delfini che passa un po' al largo. Non è l'unico, dopo qualche minuto ne passa un'altro. Peccato che passino anche, quasi di continuo, aliscafi e barconi che sbarcano e imbarcano centinaia (migliaia) di turisti e producono onde che movimentano la vita di chi è all'ancora.
Intanto, intorno a noi, le barche sono diminuite: motoscafi e gommoni non ci sono quasi più. Restano invece le barche a vela.
La poca distanza dalla spiaggia ci consente anche di scendere a terra con il battellino senza bisogno di motore e senza timore. Il paese è apparentemente molto piccolo: una strada vicino all’approdo pubblico (l’unico luogo con illuminazione pubblica) e poi alcune strade che salgono verso l’alto, dove si trova una piazza con un belvedere e la chiesa. In realtà il paese è un po’ più grande: oltre la piazza continua fino all’approdo situato a nord dell’isola e anche un po’ oltre.
Il buio della notte aumenta il fascino dell’isola: permette di ammirare le stelle e di ascoltare i brontolii della terra, che accompagnano di tanto in tanto i lampi che si intravedono in cima al vulcano e che illuminano la nube di fumo che ne esce.
martedì 28 aprile 2009
Due giorni a bordo
Era da un po’ che PatuPatu non riceveva che visite frettolose, dedicate unicamente a piccoli lavori di manutenzione. E’ stato molto piacevole, quindi, tornare a bordo il 25 aprile, complice il meteo. Erano previsti, infatti, un sabato di sole e con poco vento e una domenica molto nuvolosa, con più vento. Un’occasione da non perdere, tanto più che Paolo (13 anni) aveva chiesto di passare la notte a bordo, con qualche coetaneo, e di andare a pesca.
Così, dopo una breve pausa per comprare un paio di canne da bolentino, alle 1300 di sabato, eravamo a Fiumara. A bordo, finalmente. Simonetta, Cristina (9 anni), Paolo e Filippo (13 anni) e io.
Le previsioni si erano almeno in parte realizzate: il cielo era pulito, infatti, ma il vento invece di essere sugli 8 nodi era almeno sui 15, con – appena fuori del Tevere - onde abbastanza alte e qualche crestina.
Niente bolentino, quindi, ma una traina per gioco, mentre la barca filava tra 6 e i 7 nodi, secondo l’andatura. Al rientro è tempo per Simonetta e Cristina di tornare a Roma. Paolo e Filippo iniziano a dedicarsi alla pesca e io intanto cucino.
Mangiamo in pozzetto. Il sole sta calando, ma c’è ancora un po’ di luce e, nonostante il vento, si sta bene. Poi, ancora un po’ di pesca, qualche gioco da tavolo e giù in cuccetta. Il vento è sceso e nel silenzio di Fiumara – rotto solo una volta da un battello che passa veloce, con musica assordante a bordo – si sentono le storie e le chiacchiere scherzose di Paolo e Filippo, che - nella cabina di prua - isolati in modo assai relativo, sembrano aver dimenticato la presenza di un adulto in barca.
Anch’io mi addormento in fretta, dopo aver letto un racconto (che non mi piace molto). Mi sveglio che ormai è chiaro, per il rumore delle sartie e delle drizze. Dopo una notte di calma piatta anche il vento si è rialzato. Quando apro il tambuccio, il cielo è coperto di nuvole nere e sta piovendo un po’. I ragazzi dormono, ma quando si svegliano il tempo è ancora assai poco invitante.
Decidiamo di aspettare. Intanto loro – con incredibile e imprevista buona volontà – lavano i piatti. Io ne approfitto per sistemare un po’ la cabina e per andare a curiosare in banchina.
A poche decine di metri, c’è un albero di legno che spunta dalla superficie del fiume, di fianco c’è una grossa gru rovesciata. Sotto, purtroppo, una barca a vela d’epoca: sembra fosse una barca pesante 16 tonnellate, nell’alarla, la gru era stata sistemata male e la banchina sottostante aveva ceduto. Un brutto spettacolo. E forse una tragedia per i proprietari della barca, che – secondo le voci di banchina –avrebbero venduto tutto per farne la propria casa.
Intanto, il cielo si è fatto un po’ più chiaro. Il vento c’è ancora (anzi, sta diventando più intenso, ma vista la direzione non sembra creare onde all’ingresso nel fiume). Decidiamo di uscire. Con soltanto il fiocco e con la mezza idea di restare sul fiume, nel caso vento e mare si dimostrino troppo impegnativi.
Filippo è al timone. Io gli sto accanto. Paolo è ai winch. La barca fila veloce con il vento al traverso: senza onda, nel fiume, il GPS segna 7,5 nodi e a volte accelera ulteriormente.
Per uscire da Fiumara, ora si deve passare tra due mede. Sicuramente consentono di rientrare anche la notte in modo sicuro. Tuttavia, con vento e onde, non è troppo tranquillizzante trovare due ostacoli al centro del fiume, soprattutto per noi, che peschiamo relativamente poco e che - quindi - trovavamo un elemento di sicurezza proprio nella sua larghezza. Mi avvicino a Filippo, ma la barca procede dritta e tranquilla e ben presto inizia a tagliare le onde formate e a coprirci di schizzi.
Per i ragazzi è ancora più divertente di quanto non fosse stato il pomeriggio precedente. Si sentono in un mare burrascoso. Tanto più che all’orizzonte non si vede nessun’altra barca. Il piacere dura un paio d’ore. Poi, vedendo che il vento continua a intensificarsi e che anche le onde crescono, penso sia meglio tornare. E’ scirocco: l’onda – ormai sempre più formata - prende di traverso chi entra nel fiume.
In realtà, anche il nuovo passaggio tra le mede è tranquillo. Appena passate, l’onda si abbassa. Continuamo a vela e solo dopo un po’, quando il fiume si stringe e ci costringe a una bolina impossibile col solo fiocco, accendiamo il motore per tornare all’ormeggio.
giovedì 23 aprile 2009
Correnti
Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani il libro di Erik Orsenna, Ritratto della Corrente del Golfo (Ponte alle Grazie, Firenze).
Non è un saggio, non è un manuale, non è neanche un libro di divulgazione scientifica. Non è neanche un romanzo, ma si legge come tale.
L’autore, affascinato dalle correnti marine e in particolare dalla corrente del Golfo, conduce il lettore in un lungo viaggio alla scoperta del grande mondo che attorno alle correnti si muove. Un mondo che è fatto di naviganti, studiosi, centri di ricerca, fenomeni fisici, animali, luoghi geografici, racconti e storie.
Il percorso di Orsenna inizia in Bretagna – raccontando del clima mite che si trova ai margini della corrente e poi girando attorno al pianeta come fanno le correnti stesse, arriva - dopo aver raccontato del Nautilus del Capitano Nemo, dell’avventura dei merluzzi, della scozia raccontata da Larssen, del Wood Hole Institute e del Club des argonautes, del Maelstrom e delle navigazioni alle alte latitudini – alle vie dei canti degli aborigeni australiani.
Così, pian piano, si scopre che dietro la ricerca sulle correnti si trova la ricerca sull’irrequietezza.
Non è un saggio, non è un manuale, non è neanche un libro di divulgazione scientifica. Non è neanche un romanzo, ma si legge come tale.
L’autore, affascinato dalle correnti marine e in particolare dalla corrente del Golfo, conduce il lettore in un lungo viaggio alla scoperta del grande mondo che attorno alle correnti si muove. Un mondo che è fatto di naviganti, studiosi, centri di ricerca, fenomeni fisici, animali, luoghi geografici, racconti e storie.
Il percorso di Orsenna inizia in Bretagna – raccontando del clima mite che si trova ai margini della corrente e poi girando attorno al pianeta come fanno le correnti stesse, arriva - dopo aver raccontato del Nautilus del Capitano Nemo, dell’avventura dei merluzzi, della scozia raccontata da Larssen, del Wood Hole Institute e del Club des argonautes, del Maelstrom e delle navigazioni alle alte latitudini – alle vie dei canti degli aborigeni australiani.
Così, pian piano, si scopre che dietro la ricerca sulle correnti si trova la ricerca sull’irrequietezza.
Etichette:
Chatwin,
Corrente del golfo,
Irrequietezza,
libri,
Orsenna
mercoledì 22 aprile 2009
STORIE FANTASTICHE DEL DELTA DEL NIGER
Mentre si celebrava il natale di Roma con spettacoli e manifestazioni più adatte alla festa del patrono di un paesetto di provincia che a quelle di una capitale europea, nella stessa città, in un luogo molto evocativo - l’Antico mercato del pesce degli Ebrei, proprio sotto il Campidoglio, a pochi metri dal Circo Massimo - si svolgeva lo spettacolo dal fascinoso titolo “Storie fantastiche del Delta del Niger”.
Una produzione della Fondazione Alda Fendi, diretta da Raffaele Curi, con Lino Capolicchio, Anna Clementi, Fabrizio Traversa, Kayije', Patricio Akkary, Zakari Affouda, Raffaele De Vita, Eleonora Donati e – soprattutto – con la cantante del Benin Angelique Kidjo.
Tuttavia, né il titolo, né la voce di Angelique Kidjo, né la capacità degli attori e neanche la sofisticata messa in scena e le buone intenzioni dell’autore sono stati sufficienti a superare il velo del senso comune che nasconde la complessità africana agli occhi europei.
Di “storie fantastiche del Delta del Niger”, cioè della ricchezza culturale che si è prodotta nei secoli intorno a uno dei più grandi fiumi del mondo, che attraversa la terra di popoli diversissimi (Tuareg, Peul, Kanouri, Hausa, Ibo, Dogon, Yoruba – solo per citarne alcuni), nella rappresentazione non c’è nessuna traccia.
Ci sono invece i corpi degli africani (esposti come statue immobili e silenziose nella platea in mezzo al pubblico, o a rappresentare il fatto che anche gli africani sono uomini in sovrapposizione con un disegno di Leonardo da Vinci) a cui è consentito di prendere voce soltanto nelle canzoni di Angelique Kidjo.
E poi ci sono le voci degli europei: quella di Re Lear; quella dello scrittore J.M.G. Le Clézio, che parla del fascino fisico, emotivo e magico dell’Africa e del suo essere preda dell’Europa; quelle delle statistiche e dei dati sulle malattie, le guerre e le migrazioni. E poi ci sono la musica di John Cage, i poliritmi dei tamburi e della Kora, le immagini proiettate: animali selvaggi, paesaggi, soldati, parole in lingue diverse, passaporti (di un solo paese, la Nigeria), teste di sculture yoruba; e le figure mute degli attori africani.
Nonostante il titolo, ancora una volta sembra che l’Africa non possa essere raccontata se non dagli Europei – che ne subiscono il fascino, rappresentandola di volta in volta come paradiso o come un inferno, ma in ogni caso riducendola alla sola dimensione estetica - e che alla sua gente non venga riconosciuta alcuna propria capacità di parlare, di raccontare, di rappresentare o di criticare la realtà.
Una produzione della Fondazione Alda Fendi, diretta da Raffaele Curi, con Lino Capolicchio, Anna Clementi, Fabrizio Traversa, Kayije', Patricio Akkary, Zakari Affouda, Raffaele De Vita, Eleonora Donati e – soprattutto – con la cantante del Benin Angelique Kidjo.
Tuttavia, né il titolo, né la voce di Angelique Kidjo, né la capacità degli attori e neanche la sofisticata messa in scena e le buone intenzioni dell’autore sono stati sufficienti a superare il velo del senso comune che nasconde la complessità africana agli occhi europei.
Di “storie fantastiche del Delta del Niger”, cioè della ricchezza culturale che si è prodotta nei secoli intorno a uno dei più grandi fiumi del mondo, che attraversa la terra di popoli diversissimi (Tuareg, Peul, Kanouri, Hausa, Ibo, Dogon, Yoruba – solo per citarne alcuni), nella rappresentazione non c’è nessuna traccia.
Ci sono invece i corpi degli africani (esposti come statue immobili e silenziose nella platea in mezzo al pubblico, o a rappresentare il fatto che anche gli africani sono uomini in sovrapposizione con un disegno di Leonardo da Vinci) a cui è consentito di prendere voce soltanto nelle canzoni di Angelique Kidjo.
E poi ci sono le voci degli europei: quella di Re Lear; quella dello scrittore J.M.G. Le Clézio, che parla del fascino fisico, emotivo e magico dell’Africa e del suo essere preda dell’Europa; quelle delle statistiche e dei dati sulle malattie, le guerre e le migrazioni. E poi ci sono la musica di John Cage, i poliritmi dei tamburi e della Kora, le immagini proiettate: animali selvaggi, paesaggi, soldati, parole in lingue diverse, passaporti (di un solo paese, la Nigeria), teste di sculture yoruba; e le figure mute degli attori africani.
Nonostante il titolo, ancora una volta sembra che l’Africa non possa essere raccontata se non dagli Europei – che ne subiscono il fascino, rappresentandola di volta in volta come paradiso o come un inferno, ma in ogni caso riducendola alla sola dimensione estetica - e che alla sua gente non venga riconosciuta alcuna propria capacità di parlare, di raccontare, di rappresentare o di criticare la realtà.
mercoledì 15 aprile 2009
L’avventura di Gambalunga
Gambalunga ora è a La Graciosa, nelle isole Canarie, in attesa del suo equipaggio. Il suo equipaggio, invece, è tornato per un po’ in Italia, ma è quasi pronto a ripartire.
L’avventura è iniziata qualche mese fa: una barca vecchiotta per i canoni attuali, ma che tiene bene il mare ed è ben attrezzata; una famiglia di due adulti – Mario e Fabiola - e due bambine, che al mare si trova a casa sua; la decisione di prendere un periodo di pausa – un semestre sabbatico – e di partire. Sapendo che, se non si decide di partire o che se si aspetta di “essere pronti”, alla fine, non si parte mai.
Ho il sospetto che l’idea di partire all’armatore sia venuta molto tempo prima. Ancora prima di avere Gambalunga. E ho anche il sospetto che l’idea di partire abbia influito sulla scelta di questa barca. “Gambalunga”, infatti è una barca di 39 piedi, con pozzetto centrale, armata a cutter. E’ stata progettata da Sciomachen nel 1981, con il nome Scaramouche, come un ketch. Nei fatti, penso che quasi tutti gli Scaramouche siano usciti dal cantiere con l’armo a sloop o a cutter.
E’ una barca da crociera. Molto spaziosa sia sopra sia sottocoperta, con il bordo libero alto sull’acqua, ma con una carena filante e una deriva non troppo profonda (il pescaggio è di 180 cm). Un motore abbastanza grande rispetto alle dimensioni totali della barca, ma non tale da far pensare a un motorsailer (45 hp). Guardandola si vede una barca ideale per chi voglia viaggiare.
Ho conosciuto “Gambalunga” a Genova, poco dopo il natale di un paio di anni fa. Io ero su un pontile del portovecchio mentre loro stavano ormeggiando e prendendo la loro cima avevo notato che era proprio come la barca che stavo immaginando di comprare.. due battute ed ero a bordo, riconoscendo ed essendo riconosciuto da Mario F. – armatore e skipper. A bordo c’era anche il suo equipaggio e l’occorrente per scendere a terra: una carrozzina e una biciclettina con le rotelle.
La vera e propria decisione di partire Mario F e la sua compagna Fabiola (Fa) l’hanno presa invece pochi mesi fa. Sarà stato ottobre o l’inizio di novembre quando una e-mail di Mario a VeLista ha attirato l’attenzione generale, con l’annuncio dell’intenzione di partire all’inizio di gennaio per i Caraibi, con l’intenzione di ritornare durante l’estate. Una visita veloce al di là dell’Oceano, giusto per approfittare di una finestra di tempo aperta in quello della vita quotidiana e professionale.
In due mesi la barca è stata dotata di alcune (poche) nuove attrezzature ritenute da Mario necessarie ad attraversare l’oceano (un timone a vento, un generatore “aerogen” e così via). Il 30 dicembre, puntuale, Gambalunga ha mollato gli ormeggi e ha lasciato il porto di Alassio diretta verso Occidente, affrontando un vento forte di prua.
Come previsto, il viaggio fino a Gibilterra non è stato facile: Gambalunga ha dovuto affrontare diverse perturbazioni che l’hanno costretta a tappe più brevi e a permanenze più lunghe nei porti toccati.
Non è stato tempo perso. Le pause hanno trasformato i trasferimenti in un viaggio, con scoperte, incontri e avventure.
Quando la costa spagnola finalmente è stata lasciata il vento ha spinto Gambalunga fino alle Isole Canarie. Il 14 febbraio, dopo una notte burrascosa che ha spinto la barca a superare i 10 nodi, Gambalunga è nel porto de La Graciosa.
L’avventura è iniziata qualche mese fa: una barca vecchiotta per i canoni attuali, ma che tiene bene il mare ed è ben attrezzata; una famiglia di due adulti – Mario e Fabiola - e due bambine, che al mare si trova a casa sua; la decisione di prendere un periodo di pausa – un semestre sabbatico – e di partire. Sapendo che, se non si decide di partire o che se si aspetta di “essere pronti”, alla fine, non si parte mai.
Ho il sospetto che l’idea di partire all’armatore sia venuta molto tempo prima. Ancora prima di avere Gambalunga. E ho anche il sospetto che l’idea di partire abbia influito sulla scelta di questa barca. “Gambalunga”, infatti è una barca di 39 piedi, con pozzetto centrale, armata a cutter. E’ stata progettata da Sciomachen nel 1981, con il nome Scaramouche, come un ketch. Nei fatti, penso che quasi tutti gli Scaramouche siano usciti dal cantiere con l’armo a sloop o a cutter.
E’ una barca da crociera. Molto spaziosa sia sopra sia sottocoperta, con il bordo libero alto sull’acqua, ma con una carena filante e una deriva non troppo profonda (il pescaggio è di 180 cm). Un motore abbastanza grande rispetto alle dimensioni totali della barca, ma non tale da far pensare a un motorsailer (45 hp). Guardandola si vede una barca ideale per chi voglia viaggiare.
Ho conosciuto “Gambalunga” a Genova, poco dopo il natale di un paio di anni fa. Io ero su un pontile del portovecchio mentre loro stavano ormeggiando e prendendo la loro cima avevo notato che era proprio come la barca che stavo immaginando di comprare.. due battute ed ero a bordo, riconoscendo ed essendo riconosciuto da Mario F. – armatore e skipper. A bordo c’era anche il suo equipaggio e l’occorrente per scendere a terra: una carrozzina e una biciclettina con le rotelle.
La vera e propria decisione di partire Mario F e la sua compagna Fabiola (Fa) l’hanno presa invece pochi mesi fa. Sarà stato ottobre o l’inizio di novembre quando una e-mail di Mario a VeLista ha attirato l’attenzione generale, con l’annuncio dell’intenzione di partire all’inizio di gennaio per i Caraibi, con l’intenzione di ritornare durante l’estate. Una visita veloce al di là dell’Oceano, giusto per approfittare di una finestra di tempo aperta in quello della vita quotidiana e professionale.
In due mesi la barca è stata dotata di alcune (poche) nuove attrezzature ritenute da Mario necessarie ad attraversare l’oceano (un timone a vento, un generatore “aerogen” e così via). Il 30 dicembre, puntuale, Gambalunga ha mollato gli ormeggi e ha lasciato il porto di Alassio diretta verso Occidente, affrontando un vento forte di prua.
Come previsto, il viaggio fino a Gibilterra non è stato facile: Gambalunga ha dovuto affrontare diverse perturbazioni che l’hanno costretta a tappe più brevi e a permanenze più lunghe nei porti toccati.
Non è stato tempo perso. Le pause hanno trasformato i trasferimenti in un viaggio, con scoperte, incontri e avventure.
Quando la costa spagnola finalmente è stata lasciata il vento ha spinto Gambalunga fino alle Isole Canarie. Il 14 febbraio, dopo una notte burrascosa che ha spinto la barca a superare i 10 nodi, Gambalunga è nel porto de La Graciosa.
Etichette:
Canarie,
Gambalunga,
Oceano,
Scaramouche,
Viaggio
Iscriviti a:
Post (Atom)